Diserbante naturale: acqua e sale!

Le erbe infestanti rappresentano una vera spina nel fianco per chi si prende cura di un piccolo orto o di un giardino. Molte erbe spontanee sono utili ed anche edibili, ma non sempre.

Come già detto anche nel post sul risparmio idrico, la pacciamatura può essere un’ottima soluzione: isolare lo strato superficiale del terreno con materiale organico, tipo corteccia, sfalcio d’erba, o materiale inorganico minerale, come ghiaia o rocce laviche, impedisce alle infestanti di crescere a dismisura tra le piante coltivate. [Leggi anche “La pacciamatura“]

In un precedente post abbiamo anche affrontato il tema specifico delle infestanti, spiegando che ancora una volta la prevenzione è più importante del rimedio: dunque è fondamentale eliminare le piante infestanti prima che riescano a propagare i propri semi [Leggi anche “Il controllo delle infestanti” ]

Dopo queste doverose premesse, in aggiunta o alternativa alle strategie sopra elencate, si può utilizzare un diserbante completamente naturale e innocuo per l’ambiente e le persone composto da acqua e sale marino.

E’ sufficiente far sciogliere 80 g di sale ogni 4 litri d’acqua (dosaggio per 1 metro quadrato ) e versare la soluzione sul terreno umido: avrete un diserbante efficace, ma naturale. Ricordate che per un anno non potrete seminare nulla nella zona irrorata. 

Il sale può essere usato anche in purezza direttamente sul terreno umido alla base di piante particolarmente ostinate come il convolvolo che, pur avendo dei fiorellini molto graziosi, tende a soffocare come un cobra tutto ciò che incontra. Anche gli elateridi del frumento (insetti dannosi) non amano il sale marino, che può essere sparso sul terreno in ragione di 200 g /ara, senza tuttavia superare il dosaggio per non rischiare un diserbo totale.

Potrebbe interessarti anche:

Libro ” Fertilizzanti e trattamenti naturali “ di Victor Renaud

 

Facebook Commenti

Perchè ci si bacia sotto il vischio?

Il Natale ha almeno 4-5 piante rappresentative, come pungitopo, biancospino, agrifoglio, stella di Natale: perlopiù tutte piante con un elemento rosso, talvolta con spine che, nella simbologia e tradizione con radici pagane, allontanano gli spiriti del male e dunque sono ben augurali.

Il vischio esce un po’ fuori da questi schemi, infatti non ha spine e non è rosso. Tuttavia rientra tra le piante tipiche del Natale ed è associato all’usanza di baciarsi sotto un rametto di vischio come buon augurio.

La leggenda del vischio è antica e romantica, e trae origini dalla mitologia dei Celti. Nella mitologia nordica, infatti, il vischio è la pianta sacra di Frigg, dea dell’amore e racconta una storia tragica , ma al tempo stesso di speranza e fortuna.

Secondo questa leggenda, Frigg aveva due figli, il primo buono e generoso, e il secondo cattivo e invidioso del fratello. La dea, venuta a conoscenza delle cattiva intenzioni del secondogenito, chiese a tutte le creature animali e vegetali di proteggere il primogenito, ma si dimenticò del vischio. Il secondogenito allora usò proprio questa pianta per fabbricare una freccia che uccise il fratello.

La dea Frigg appena vide il suo cadavere, iniziò a piangere. Le sua lacrime per magia si trasformarono in bacche bianche, e quando queste toccarono il suo corpo, lui tornò in vita.

Per la grande felicità, la dea Frigg cominciò a baciare chiunque passasse sotto l’albero sul quale cresce il vischio. Il suo bacio  era un portafortuna e una protezione: ai fortunati baciati sotto il vischio, infatti, non poteva capitare nulla di male.

I druidi, inoltre, onoravano il vischio come pianta sacra, perché ritenevano che nascesse dal cielo, in quanto infatti si tratta di un’epifita, ovvero vive alla sommità di alti alberi come pioppi, olmi e tigli .

 

 

Facebook Commenti

Come realizzare l’estratto liquido di vaniglia, ottima idea regalo per Natale

La vaniglia in cucina come in cosmesi rappresenta una delle fragranze più amate perché inevitabilmente rievoca ricordi cari, spesso di infanzia, di pomeriggi trascorsi in famiglia a pasticciare tra creme ed impasti. A causa dell’elevato prezzo di questa fantastica spezia, spesso viene sostituita con la vanillina, la variante di sintesi: da un punto di vista olfattivo e degustativo simili, ma insostituibile in quanto a fascino. Forse non tutti sanno che la vaniglia, ricavata dalla Vanilla planifolia, è a tutti gli effetti un’orchidea. Appartiene, infatti, alla famiglia delle orchidaceae. Rappresenta la bacca della pianta e contiene i semi, piccoli e neri. La vaniglia è originaria del Messico, ma quella più nota proviene dalle coltivazioni del Madagascar.

Il baccello di vaniglia viene impiegata nei dolci tagliandola nel verso della lunghezza e, raschiando la parte interna, inclusi i semi, si immerge il tutto in infusione nel latte, per la preparazione di creme. O semplicemente si inseriscono i semi e la parte interna negli impasti. Il baccello, una volta utilizzato, rilascia ancora aroma. Quindi può essere riutilizzato inserendolo, ad esempio, in un contenitore con zucchero: si otterrà uno zucchero vanigliato a costo zero.

Come dicevamo, i baccelli di vaniglia sono davvero costosi, orientativamente da 3 a 4 € a baccello. Dunque un modo per continuare ad usare questa preziosa spezia senza ricorrere alla variante chimica (la vanillina), è sicuramente realizzare l’estratto liquido di vaniglia, per poterne sfruttare tutto l’aroma. Volendo dopo il consueto utilizzo dei baccelli, si possono riutilizzare anche per realizzare l’estratto.

Occorrente

  • 500 ml alcool 90°
  • 5 baccelli di vaniglia

L’estratto di vaniglia si ottiene semplicemente per infusione alcolica dei baccelli precedentemente incisi (o anche già utilizzati) ed in immersione in alcool per almeno 40 giorni.

Si otterrà un liquido marrone dal fortissimo aroma di vaniglia da utilizzare esclusivamente previa cottura per far evaporare l’alcool. Questo tipo di preparazione è a freddo e lenta. I tempi di macerazione possono essere abbreviati mediante riscaldamento del composto, tuttavia il calore tende ad alterare le proprietà organolettiche della vaniglia, quindi consigliamo un’estrazione a freddo. Allo stesso modo, l’alcool può essere sostituito con rum, vodka, o altre bevande alcoliche che, però vanno a coprire il naturale aroma della spezia. L’estratto così ottenuto può essere impiegato in creme o impasti calcolando due cucchiai come l’equivalente di un baccello.

Idea regalo Natale

L’estratto di vaniglia liquido è un’ottima idea regalo per Natale: è sufficiente imbottigliare l’estratto in piccole bottigliette decorate con nastri. Magari all’interno della bottiglia un baccello in bella vista e all’esterno un’etichetta personalizzata.

Per altre idee di regali fatti a mano, visita la nostra sezione Natale.

 

 

Facebook Commenti

Combattere le zanzare in 3 mosse senza chimica

Le zanzare ogni anno si ripresentano puntuali con l’arrivo dei primi caldi, quando le temperature in primavera superano i 12°C, raggiungendo l’apice del ciclo riproduttivo verso metà agosto, per fermarsi in autunno. Le strategie per combatterle in modo naturale, senza l’utilizzo di sostanze chimiche, si suddivide in vari step. Prima di intraprendere qualsiasi precauzione contro le zanzare, tuttavia, occorre concordare con il vicinato di iniziare insieme questa azione di bonifica, in quanto la zanzara, pur essendo un animale stanziale, si spostano fino a 100 m, dunque cercare di debellarle è inutile, se non lo si fa unitamente anche nelle zone limitrofe alla propria abitazione.

Fase 1: Impedire la riproduzione delle zanzare

Il rimedio fondamentale contro le zanzare è, prima di ogni altra strategia, impedire la loro proliferazione. E’ risaputo che per riprodursi hanno bisogno nello stadio larvale di acqua. Dunque risulta molto utile, nei pressi della zona da bonificare, rimuovere ristagni da grondaie, sottovasi o qualsiasi superficie dove, dopo un acquazzone, si raccogliere l’acqua, che dovrà essere versata sul terreno (soprattutto in presenza di uova o larve già sviluppate) e non nei tombini, dove potrebbero continuano indisturbate il proprio ciclo. A tal proposito, non potendo intervenire all’interno di quest’ultimi, si consiglia l’uso di un prodotto specifico totalmente innocuo per l’ambiente, un larvicida biologico a base di BACILLUS THURINGIENSIS,che agisce bloccando l’alimentazione delle larve, facendole morire in poche ore.

Nel caso non fosse possibile svuotare tutti i recipienti contenenti acqua, tipo ciotole o abbeveratoi degli animali domestici, è sufficiente sostituire l’acqua ogni 4 giorni, considerato che il ciclo da uova ad esemplare adulto è di circa 7 giorni. Per chi fa la raccolta dell’acqua piovana ed ha la necessità di stoccarla in giardino per molto tempo, può essere necessario chiudere i recipienti ermeticamente. In presenza di vasche ornamentali si può valutare  l’introduzione sia di pesciolini rossi che si nutrono, appunto, delle larve, che di anche altri alleati, come vedremo nella fase 2. Nei sottovasi si può scegliere di utilizzare sia argilla espansa, che assorbirà l’acqua rendendola disponibile esclusivamente alle piante, che rame sotto forma di filamento (per intenderci, quello presente nei cavi elettrici) o  cristallo di solfato di rame, che a contatto con l’acqua ossida diventandola tossica per le larve. Il rame, nella quantità di 20 grammi per litro, va tuttavia sostituito di frequente perché perde di efficacia. Spesso viene suggerito anche l’impiego delle monetine in rame (quelle da 1, 2 e 5 centesimi), tuttavia la quantità effettiva di rame è davvero esigua, in quanto le monete sono per quasi il 95% in acciaio e placcate in rame.

Fase 2: Lotta biologica alle zanzare

Il principio della ‘lotta biologica’ si basa sullo sfruttamento del naturale rapporto preda-predatore per debellare un parassita. In natura i predatori naturali delle zanzare sono i pipistrelli, le rondini, le rane, i girini, tartarughe, copepodi (piccoli crostacei), solo per citarne alcuni. L’idea di introdurre specie non spontanee in un ambiente poco circoscritto come un giardino non è un’idea sempre ottimale. Il nostro consiglio è piuttosto di incentivare a soggiornare le specie autoctone e già presenti in zona, trasformando il vostro giardino in un ambiente più ospitale. Dunque creare o installare nidi per le rondini, apposite casette per pipistrelli, chiamate bat box, o abbeveratoi per meglio accogliere e facilitare la vita dei nostri alleati nella battaglia alle zanzare.

Fase 3: Allontanare le zanzare 

Dopo aver provato ad impedire che le zanzare si riproducano e aver incrementato la presenza di predatori naturali, la fase successiva è allontanare le zanzare adulte. L’utilizzo di zanzariere o altre barriere meccaniche è fondamentale per salvaguardare l’interno dell’abitazione e difenderlo anche da altri insetti altrettanto molesti.

Anche una scelta mirata delle piante in giardino può aiutare a creare una barriera naturale contro questo fastidioso ospite. Oltre ai ben noti gerani e la citronella, hanno un’azione repellente per le zanzare anche le aromatiche, come il basilico e rosmarino, la lavanda, la calendula, la lantana (che al tempo stesso attira meravigliose farfalle). Dunque piante antizanzara, ma anche utili in cucina e notevolmente decorative.

Rimedi naturali alle punture di zanzare

Se malgrado la bonifica, qualche zanzara riesce ugualmente a pungervi (soprattutto considerando che per ottenere risultati visibili occorrono diversi mesi) o semplicemente durante un’escursione ci si ferisce, svolge un egregio servizio di pronto soccorso la piantaggine maggiore, Plantago Major: una pianta spontanea annuale diffusa praticamente in tutta Italia e riconoscibile per la foglia costoluta con nervature evidenti. E’ sufficiente ridurre la foglia in poltiglia ed applicarla sul taglio o sulla puntura: la mucillagine presente nella piantaggine ha proprietà emollienti, decongestionante e antinfiammatorie. Ridurrà il gonfiore, la sensazione di prurito e bruciore.

Resta, ad ogni modo, fondamentale non cedere mai alla tentazione di grattarsi, che dopo un sollievo iniziale, non riduce il prurito, anzi, lo aumenta e la pelle colpita dalla puntura può infiammarsi, peggiorando la situazione.

Facebook Commenti

Come combattere il caldo in maniera economica ed ecologica con tre piante rampicanti

L’importanza di avere un’abitazione energeticamente autosufficiente ormai è palese. Convertire edifici vecchi talvolta risulta davvero troppo oneroso e la soluzione ottimale è quantomeno limitare le dispersioni e gli sprechi energetici. Dalle ricerche ENEA, l’agenzia nazionale per nuove tecnologie, arrivano incoraggianti notizie su possibili metodi totalmente green per combattere il caldo e, al tempo stesso, riuscire a risparmiare anche in bolletta fino al 15%. Secondo una recente ricerca, infatti, è stato possibile dimostrare che, creando una copertura verticale ricoperta di piante rampicanti e isolando allo stesso modo anche i tetti, la temperatura interna dei locali può abbassarsi anche fino a 3 gradi, riducendo in estate il consumo elettrico impiegato dai climatizzatori del 15 %. I vantaggi di questa sorta di ‘cappotto vegetale’, tuttavia, non si limitano solo a combattere il caldo. In inverno, l’intercapedine tra la parete vegetale e il muro crea un effetto camino che trattiene la dispersione di calore e l’isolamento dall’umidità, riducendo anche in questo caso i costi di riscaldamento del 10%.

Altri vantaggi del ‘cappotto verde’

Un’idea tanto semplice quanto geniale, dunque, quella messa a punto dall’ENEA, ma, inaspettatamente, i vantaggi del ‘cappotto verde’ continuano. La riduzione dell’utilizzo di condizionatori inevitabilmente implica anche una minore produzione di anidride carbonica, metano ed altre emissioni pericolose per l’uomo e l’ambiente. Sorprendentemente una presenza maggiore di verde aiuta non solo adattenuare l’inquinamento acustico, ma anche gli affetti collaterali di un fenomeno sempre più frequente chiamato ‘bomba d’acqua’: abbondantissime precipitazioni concentrate in poco tempo. La vegetazione, in presenza considerevole, contribuisce ad assorbire il 50% delle precipitazioni piovane, in quanto forse non tutti sanno che ormai i tetti e i terrazzi rappresentano il 20% della superficie totale della città. Tutto ciò, senza considerare, ovviamente, anche un miglioramento della qualità dell’aria: basti pensare che 25 metri quadrati di vegetazione produce il fabbisogno di ossigeno di una persona e, al tempo stesso, 1 solo metro quadrato elimina circa 0,2 kg di particolato presente nell’aria che respiriamo.

Le piante più adatte per risparmiare e combattere il caldo

Non tutte le piante sono adatte a rivestire la copertura verticale o i terrazzi, o meglio, potenzialmente tutte possono farlo, ma non tutte lo fanno con un’efficienza ottimale allo scopo preposto. Esiste infatti un parametro oggettivo, la costante verde, che, se è uguale a zero, indica che la pianta non è capace di schermare la casa neutralizzando la radiazione solare. Invece, se è uguale ad 1, è adatta a rivestire la struttura verticale che costituisce il ‘cappotto verde’. Nel corso delle sperimentazioni, la pianta più schermante si è dimostrata la Pandorea Jasminoides variegata, una bellissima pianta sempreverde rampicante con fiori rosa e bianchi appartenente alla stessa famiglia della Bignonia. Leggermente al di sotto, in termini di efficienza, ma valutate comunque idonee, sono anche la Lonicera Hall’s Prolific, una varietà di caprifoglio, e la Parthenocissus quinquefolia (più nota come vite americana).

Nell’allestimento delle coperture verdi vengono impiegate tuttavia anche altre tipologie di piante, scelte in base all’esposizione al sole degli edifici, alla loro conformazione (tipo di tetto) e alla posizione geografica per fornire un prodotto finale con poche esigenze idriche e poca manutenzione.

L’ENEA organizza dei corsi gratuiti di formazione per la realizzazione delle coperture verdi rivolti ad agronomi, biologi, architetti, periti agrari e laureati in scienze naturali. Sicuramente è un’ottima occasione per creare nuovo lavoro ecosostenibile.

In prospettiva anche degli incentivi previsti dal “BONUS VERDE”, risulta utile approfittarne per convertire il proprio edificio o, perché no, provare in autonomia a realizzare il proprio “cappotto verde”.

 

Facebook Commenti

Come curare le piante quando si va in vacanza

Le vacanze estive sono ormai imminenti e il solo pensiero di dover abbandonare, anche se temporaneamente, le tue care piante ti fa stare un po’ in ansia? E’ normale: chi si prende cura di una o più piante, lo fa con amore e dedizione. Non dimentichiamoci che sono pur sempre degli esseri viventi!

Di solito la soluzione più indicata quando si va in vacanza, o ci si assenta da casa per periodi più o meno lunghi, è quella di trovare un “plant-sitter”, qualcuno che per amicizia, o proprio per professione (già, c’è gente che viene pagata per accudire le pianete!), si prenderà cura di loro in tua assenza.

Se l’idea di traslocare mezza veranda o, peggio ancora, di dover lasciare ad un estraneo le chiavi di casa (sentimento comprensibile e condivisibile), l’alternativa è quella di adottare una serie di trucchi per preparare le amate piante ad un periodo di autonomia programmata. Se mentre in inverno, complice le temperature più basse e i cicli vegetativi rallentati, le cure sono davvero ridotte a pochi interventi mensili, in estate una sospensione delle irrigazioni anche per pochi giorni possono comportare delle conseguenze anche abbastanza gravi.

Sostanzialmente per fronteggiare il problema, bisogna fare scorta di acqua e renderla disponibile al bisogno e ridurre l’evaporazione della stessa.

Immagazzinare acqua

I trucchi per immagazzinare quanta più acqua possibile sono tanti. Si possono inserire nel terreno delle bottiglie a testa in giù, chiaramente piene d’acqua. Vanno bene sia le comuni bottiglie in plastica, volendo con il tappo precedentemente forato, per rilasciare più lentamente l’acqua, oppure anche bottiglie di vetro. In aggiunta si può disporre un grande contenitore pieno d’acqua posto leggermente più in alto rispetto al vaso, dal quale far pendere un cordino che andrà interrato nel vaso. L’acqua per capillarità verrà assorbita dal cordino e raggiungerà il vaso. In alternativa al cordino, si possono utilizzare anche stoffa o striscioline di vecchie asciugamani. Un altro trucco per fare scorta di acqua sono gli immancabili sottovasi. In aggiunta si può utilizzare un unico grande contenitore, tipo bacinella, dove inserire più vasi.

Ridurre l’evaporazione 

Come anticipato, se creare una scorta d’acqua risulta fondamentale per far sopravvivere le piante durante le vacanze, è altrettanto importante ridurne l’evaporazione. Nel caso di piante poste all’aperto ed esposte al sole per molte ore, è preferibile spostarle in una zona più riparata, altrimenti la scorta di acqua evaporerà nel giro di qualche giorno, rendendo vano il lavoro fatto. Anche creare una copertura sulla superficie del terriccio può aiutare molto a ridurre l’evaporazione. In agricoltura questa tecnica viene chiamata pacciamatura (ne abbiamo parlato ampiamente in questo articolo) e può essere realizzata con vari materiali, di origine organica o minerale. Per un uso domestico e temporaneo, potrebbe bastare anche del semplice cartone tagliato e sagomato con la forma del vaso.

Per le piante d’appartamento valgono gli stessi consigli, ad eccezione delle succulente e grasse, che hanno necessità idriche molto più ridotte.

Se le piante sono tante, bisognerebbe anche prendere in considerazione l’idea di creare un piccolo sistema di irrigazione a goccia, controllato con un timer e con non molti soldi ormai è possibile creare delle soluzioni davvero efficienti.

Messe in atto le dovute precauzioni per le piante, non resta che preparare le valigie e partire senza pensieri.

Buone vacanze!

 

 

Facebook Commenti

Omino testa d’erba : un passatempo estivo

L’omino testa d’erba è a metà tra un gioco educativo per bambini e un riutilizzo simpatico di calze e materiali di vario genere. Come vedremo, le varianti sono infinite, così come i materiali da utilizzare. Noi daremo solo delle linee guida per realizzarlo con le possibili sostituzioni.

Occorrente :

  • calza
  • semi
  • substrato ( terriccio , torba , cotone idrofilo , segatura…ecc…)
  • elastici
  • accessori

A seconda dal soggetto che si desidera realizzare, si possono utilizzare calze di nylon o calzini di cotone. Chiaramente materiali di recupero: calze smagliate o i famosi calzini spaiati vanno benissimo. Anche la scelta dei semi è puramente indicativa: sarebbe preferibile utilizzare semi di prato, tuttavia, in mancanza, si può adoperare quello che si ha in casa . Lenticchie, mangime degli uccellini o germogli possono essere un discreto sostituto. Nella lista per substrato s’intende il materiale sul quale cresceranno i semi. Può andare bene tutto, anche la segatura o l’ovatta, purché sia un materiale inerte (per impedire la proliferazione di muffe) che trattenga bene l’umidità.

Fondamentale è l’ordine di inserimento: la calza va riempita prima con i semi e poi con il substrato. Va chiusa, annodandola alla base e con degli elastici bisogna sagomare e fermare il naso e, volendo, anche le orecchie.

Aggiungere gli accessori realizzati con panno lenci, o in alternativa, disegnare occhi e bocca con un pennarello indelebile.

Dicevamo, l’omino testa d’erba può essere un valido gioco educativo per i bambini : dovranno prendersene cura, bagnandolo quotidianamente, almeno fino a che i semi non siano germogliati. Una volta spuntati i “capelli”, invece potranno divertirsi a creare acconciature o, addirittura, a tagliarli. Seguendo lo stesso procedimento, è possibile realizzare anche altri soggetti. Sostituendo la calza di nylon con un coloratissimo calzino e usando dei semplici bottoni per fare occhi e naso, si può creare, ad esempio uno simpaticissimo riccio, con fili d’erba al posto degli aculei. Anche in questo caso bisogna ricordarsi di disporre prima i semi e poi il substrato.

 

 

Facebook Commenti

Grey mask: come realizzare in casa una maschera viso peel off all’argilla


Da qualche anno ormai è scoppiata la moda delle maschere peel off che tradotto letteralmente indicano quelle maschere che si “sbucciano”, rimuovendole come una seconda pelle, asportando allo stesso tempo anche cellule morte ed impurità. La maschera peel off più nota è sicuramente la black mask dal caratteristico colore nero, appunto, dato dalla presenza di carbone vegetale che ha la funzione di assorbire le impurità.

Molti hanno provato a rifare in casa la black mask con discreti risultati e costi anche piuttosto bassi.

Nella nostra versione grigia, realizzeremo una maschera peel off senza carbone e senza gelatina: il carbone verrà sostituito con l’argilla e la gelatina può essere rimpiazzata dall’agar agar. Chiaramente le sostituzioni possibili sono tante, purché i sostituti abbiano proprietà affini. Nel caso del carbone, che fondamentalmente ha la funzione di assorbire le impurità, la sostituzione avverrà con l’argilla che infatti ha le stesse proprietà (ne abbiamo parlato ampiamente anche in Argilla: proprietà ed usi). L’argilla, tuttavia, oltre ad avere le stesse proprietà del carbone, è sicuramente meno costoso e non ha l’inconveniente di essere un prodotto di combustione con tutte le problematiche che ne conseguono. La gelatina di pesce, invece, rappresenta l’agente gelificante della maschera e l’effetto peel off è dato proprio da questo ingrediente. In sostituzione alla gelatina, può essere utilizzata l’agar agar, un gelificante di origine vegetale, estratto da un’alga. Appartengono alla famiglia dei gelificanti vegetali anche gli alginati, il carrube, la carragenina, la gomma adragante, la gomma arabica e la pectina (la stessa utilizzata per fare le marmellate).

Occorrente per fare la maschera peel off:

  • 2 cucchiai di latte (anche vegetale)
  • 3 fogli di gelatina di pesce ( o 12 grammi di agar agar, ovvero 3 cucchiai rasi )
  • 1 cucchiaino di argilla

Il procedimento è semplice: si riscalda il latte e si discioglie al suo interno l’agente gelificante (nel caso dei fogli si consiglia di idratarli precedentemente in acqua fredda per qualche secondo). Successivamente si stempera all’interno l’argilla, poco alla volta e solo nella quantità sufficiente per compattare il composto. Il preparato deve risultare omogeneo e facilmente spalmabile, quindi non troppo vischioso. Infatti sarà opportuno spalmarlo sul viso ancora tiepido con un comune pennello per il fard, applicandolo su tutto il viso, facendo attenzione in prossimità delle sopracciglia, in quanto durante la rimozione, potrebbe strappare via anche qualche peletto! Lo strato di preparato deve essere sottile, altrimenti impiegherà tantissimo tempo ad asciugarsi, ma non troppo sottile da spezzarsi durante la rimozione. Eventuali residui di maschera si eliminano facilmente con acqua calda.

Come tutte le maschere, si sconsiglia di essere costanti per avere risultati visibili in caso di pelle particolarmente impure e di ripetere le applicazioni solo una volta a settimana, per non stressare troppo i follicoli che, se troppo sollecitati, potrebbero formare ulteriori comedoni (brufoli e punti neri).

Facebook Commenti

Coltivazione delle zucchine: consigli e rimedi alle malattie più comuni


Le zucchine, con i suoi frutti così versatili in cucina, sono probabilmente gli ortaggi più coltivati anche da principianti o coltivatori “da balcone”: non hanno particolari esigenze, sono facili da coltivare ed una sola pianta può produrre fino a 7 Kg di zucchine.

Consigli pratici sulla coltivazione delle zucchine:

Come dicevamo, la zucchine ha poche esigenze, ma fondamentali. Necessitano di una buona esposizione alla luce, come del resto tutte le cucurbitacee. Inoltre hanno bisogno di un terreno ben drenato e fertile. Infatti nell’ottica delle consociazioni, si consiglia proprio di collocare le zucchine in prossimità di leguminose, così da sfruttare la disponibilità di azoto (uno degli elementi della fertilità) resa utilizzabile dai batteri azotofissatori presenti nelle radici di queste ultime.

Per le zucchine anche la disponibilità di acqua è fondamentale (le zucchine, con le loro 20 Kcal per 100 grammi, sono costituite per quasi il 90% da acqua), tuttavia si devono evitare ristagni ed eccessiva umidità, soprattutto sulle foglie per evitare la formazione di un fungo dalla tipica colorazione biancastra chiamato oidio.

Malattie più frequenti delle zucchine.

Le zucchine mal sopportano gli eccessi di acqua e gli sbalzi idrici che sono la causa di quelle macchie bianche che si formano sulle foglie e talvolta anche sui frutti. Queste macchie, come accennato in precedenza, sono un fungo chiamato oidio o anche “mal bianco” e si forma proprio a causa di un’abbondante presenza di umidità. E’ più semplice prevenire l’oidio che curarlo, evitando appunto i ristagni di acqua e ricordandosi di non bagnare mai la pianta, ma solo il terreno. Può essere d’aiuto anche la rotazione delle colture, ovvero mai coltivare la stessa varietà per più anni di fila nello stesso posto, piuttosto alternarle per evitare che la stessa malattia colpisca la stessa varietà. Un altro rimedio per prevenire l’oidio è estirpare la pianta dopo il terzo mese, quando ormai la produzione di zucchine è in fase calante (e la pianta statisticamente è più soggetta ad ammalarsi) e sostituirla con una pianta più giovane.

Nel caso proprio si voglia o si debba curare una pianta soggetta ad oidio, in agricoltura biologica è concesso lo zolfo, tuttavia, considerata la fitotossicità del prodotto intorno ai 32° C, se si è in piena estate, tanto vale sradicare la pianta malata.

In rete è possibile trovare anche rimedi più o meno discutibili sull’uso del latte come possibile cura. In teoria alterando il pH (il latte ha un pH acido), il fungo dovrebbe morire e la presenza di acido lattico dovrebbe rendere la pianta non più adatta ad ospitare qualsiasi microorganismo. Tuttavia la reale efficacia non è mai stata dimostrata.

Cause della mancata fruttificazione delle zucchine.

Quando le zucchine sulla pianta smettono di crescere e cominciano ad ingiallire e cadono, le possibili cause sono diverse. La più frequente è proprio l’oidio.

Tuttavia non si esclude anche una mancata impollinazione dei fiori femmina (il cuoi ovaio si trasformerà in zucchina) da parte dei fiori maschi (per intenderci,  quelli che si mangiano). La causa può essere proprio di carenza di fiori maschi (non bisogna mangiarseli tutti!) o di impollinatori. Soprattutto per chi vive in città, è sempre più frequente che gli insetti pronubi, ovvero gli impollinatori, scarseggino. In questo caso bisogna impollinare manualmente le zucchine, prendendo un fiore maschio e strofinandolo sui fiori femmina.

Altre avversità tipiche delle zucchine

Meno frequente, ma altrettanto probabile è l’attacco di afidi, piccoli insetti neri spesso accompagnati da formiche che non parassitano la pianta, ma proteggono i reali parassiti, in cambio di melata, una sostanza zuccherina prodotta dagli afidi e che scatena la prolificazione di altre malattie fungine. In questo caso è preferibile utilizzare il sapone molle, ammesso in agricoltura biologica, che scioglierà letteralmente l’esoscheletro degli afidi, lavando via anche la melata e prevenendo le malattie fungine.

 

Facebook Commenti

Strategie di propagazione dei semi: in che modo riescono a spostarsi pur essendo immobili

E’ un modo diffuso di dire che “la mela non cade mai lontana dall’albero”, quando si vuole indicare che i figli somigliano per aspetto o carattere ai genitori. In natura invece nella maggior parte dei casi il meccanismo che permette ai semi di allontanarsi il più possibile dalla pianta di origine è fondamentale per garantire al nuovo esemplare di non dover entrare in competizione con la pianta già adulta. Dunque anche evolutivamente piante che hanno sviluppato delle vere e proprie strategie per distribuire i semi in modo mirato diventa anche un punto di forza per la sopravvivenza innanzitutto dell’esemplare, ma anche per i suoi discendenti e dunque la sopravvivenza di tutta la specie.

Ma come fanno i semi a spostarsi se non sono forniti di arti?

L’assenza di arti o l’impossibilità proprio di muoversi non ha scoraggiato i semi nel trovare il modo di allontanarsi e colonizzare territori incontaminati. Anzi, hanno sviluppato strutture che sfruttando vento, acqua, calore del sole o animali, permettendo ugualmente lo spostamento.

I semi volanti e la disseminazione anemocora

Molti semi hanno sviluppato delle vere e proprie ali, come nel caso dell’acero: quando il seme raggiunge la maturità si stacca dal ramo e planando e sfruttando il vento, può coprire lunghe distanze. Allo stesso modo, altri semi sviluppano una struttura piumosa, chiamato pappo, che ha una funzione simile a quello di un paracadute, permettendogli di farsi trasportare e non cadere subito. Il pappo è tipico del tarassaco, con la tipica struttura bianca, tondeggiante, chiamata soffione, ma è presente anche in altre specie, come ad esempio il pioppo che in primavera con le abbondanti produzioni crea degli spettacolari effetti di neve fuori stagione.

I semi “velcro” e la dispersione zoocoria

 

Alcuni semi riescono ad allontanarsi dalla pianta madre e ad essere trasportati molto lontani grazie alle estremità uncinate con le quali possono aggrapparsi praticamente a tutto, animali o abiti di persone di passaggio. Pare che queste estremità uncinate siano state proprio prese da esempio dall’inventore del velcro ricreando lo stesso meccanismo.
 

 

 

 

 

I semi appetitosi e la dispersione mirmecoria

I semi vengono ingeriti da animali e poi dispersi, restando, malgrado la digestione, ancora vitali.

E’ quanto accade per una varietà di caffè che viene ingerito e propagato da uno zibetto, il luwak. Questi semi di caffè, così “trattati”, vengono rivenduti a circa 600 € come Kopi Luwak, il caffè più costoso al mondo. Pare che il processo digestivo renda l’aroma finale molto particolare ed unico!

Quando però i semi vengono raccolti dalle formiche, che non li ingeriscono, ma li trasportano e ne consumano solo la parte esterna, la dispersione prende il nome di mirmecoria, se ad opera di uccelli, si dice ornitocoria.

I semi “proiettile” e la dispersione bolocora

 

Alcuni semi, giunti a maturità, vengono letteralmente sparati come proiettili a lunghissime distanze. Di solito l’esplosione avviene in seguito ad un urto o al calore del sole. Tra le piante che adottano questa strategia ricordiamo il cocomero asinino (Ecballium elaterium), una varietà di cucurbitacea spontanea, che se urtata, spara come una mitragliatrice i semi con estrema violenza ad una velocità di 10 m/s!
 

 

 

I semi galleggianti e la disseminazione idrocora

 

Per concludere, ricordiamo i semi che sfruttano l’acqua per farsi trasportare per molti chilometri. E’ una strategia tipica delle piante acquatiche, ma è usata anche dal cocco che riesce a rimanere germinabile per 110 giorni in immersione e percorrere fino a 5mila chilometri.

 

 

Facebook Commenti