Combattere le zanzare in 3 mosse senza chimica

Le zanzare ogni anno si ripresentano puntuali con l’arrivo dei primi caldi, quando le temperature in primavera superano i 12°C, raggiungendo l’apice del ciclo riproduttivo verso metà agosto, per fermarsi in autunno. Le strategie per combatterle in modo naturale, senza l’utilizzo di sostanze chimiche, si suddivide in vari step. Prima di intraprendere qualsiasi precauzione contro le zanzare, tuttavia, occorre concordare con il vicinato di iniziare insieme questa azione di bonifica, in quanto la zanzara, pur essendo un animale stanziale, si spostano fino a 100 m, dunque cercare di debellarle è inutile, se non lo si fa unitamente anche nelle zone limitrofe alla propria abitazione.

Fase 1: Impedire la riproduzione delle zanzare

Il rimedio fondamentale contro le zanzare è, prima di ogni altra strategia, impedire la loro proliferazione. E’ risaputo che per riprodursi hanno bisogno nello stadio larvale di acqua. Dunque risulta molto utile, nei pressi della zona da bonificare, rimuovere ristagni da grondaie, sottovasi o qualsiasi superficie dove, dopo un acquazzone, si raccogliere l’acqua, che dovrà essere versata sul terreno (soprattutto in presenza di uova o larve già sviluppate) e non nei tombini, dove potrebbero continuano indisturbate il proprio ciclo. A tal proposito, non potendo intervenire all’interno di quest’ultimi, si consiglia l’uso di un prodotto specifico totalmente innocuo per l’ambiente, un larvicida biologico a base di BACILLUS THURINGIENSIS,che agisce bloccando l’alimentazione delle larve, facendole morire in poche ore.

Nel caso non fosse possibile svuotare tutti i recipienti contenenti acqua, tipo ciotole o abbeveratoi degli animali domestici, è sufficiente sostituire l’acqua ogni 4 giorni, considerato che il ciclo da uova ad esemplare adulto è di circa 7 giorni. Per chi fa la raccolta dell’acqua piovana ed ha la necessità di stoccarla in giardino per molto tempo, può essere necessario chiudere i recipienti ermeticamente. In presenza di vasche ornamentali si può valutare  l’introduzione sia di pesciolini rossi che si nutrono, appunto, delle larve, che di anche altri alleati, come vedremo nella fase 2. Nei sottovasi si può scegliere di utilizzare sia argilla espansa, che assorbirà l’acqua rendendola disponibile esclusivamente alle piante, che rame sotto forma di filamento (per intenderci, quello presente nei cavi elettrici) o  cristallo di solfato di rame, che a contatto con l’acqua ossida diventandola tossica per le larve. Il rame, nella quantità di 20 grammi per litro, va tuttavia sostituito di frequente perché perde di efficacia. Spesso viene suggerito anche l’impiego delle monetine in rame (quelle da 1, 2 e 5 centesimi), tuttavia la quantità effettiva di rame è davvero esigua, in quanto le monete sono per quasi il 95% in acciaio e placcate in rame.

Fase 2: Lotta biologica alle zanzare

Il principio della ‘lotta biologica’ si basa sullo sfruttamento del naturale rapporto preda-predatore per debellare un parassita. In natura i predatori naturali delle zanzare sono i pipistrelli, le rondini, le rane, i girini, tartarughe, copepodi (piccoli crostacei), solo per citarne alcuni. L’idea di introdurre specie non spontanee in un ambiente poco circoscritto come un giardino non è un’idea sempre ottimale. Il nostro consiglio è piuttosto di incentivare a soggiornare le specie autoctone e già presenti in zona, trasformando il vostro giardino in un ambiente più ospitale. Dunque creare o installare nidi per le rondini, apposite casette per pipistrelli, chiamate bat box, o abbeveratoi per meglio accogliere e facilitare la vita dei nostri alleati nella battaglia alle zanzare.

Fase 3: Allontanare le zanzare 

Dopo aver provato ad impedire che le zanzare si riproducano e aver incrementato la presenza di predatori naturali, la fase successiva è allontanare le zanzare adulte. L’utilizzo di zanzariere o altre barriere meccaniche è fondamentale per salvaguardare l’interno dell’abitazione e difenderlo anche da altri insetti altrettanto molesti.

Anche una scelta mirata delle piante in giardino può aiutare a creare una barriera naturale contro questo fastidioso ospite. Oltre ai ben noti gerani e la citronella, hanno un’azione repellente per le zanzare anche le aromatiche, come il basilico e rosmarino, la lavanda, la calendula, la lantana (che al tempo stesso attira meravigliose farfalle). Dunque piante antizanzara, ma anche utili in cucina e notevolmente decorative.

Rimedi naturali alle punture di zanzare

Se malgrado la bonifica, qualche zanzara riesce ugualmente a pungervi (soprattutto considerando che per ottenere risultati visibili occorrono diversi mesi) o semplicemente durante un’escursione ci si ferisce, svolge un egregio servizio di pronto soccorso la piantaggine maggiore, Plantago Major: una pianta spontanea annuale diffusa praticamente in tutta Italia e riconoscibile per la foglia costoluta con nervature evidenti. E’ sufficiente ridurre la foglia in poltiglia ed applicarla sul taglio o sulla puntura: la mucillagine presente nella piantaggine ha proprietà emollienti, decongestionante e antinfiammatorie. Ridurrà il gonfiore, la sensazione di prurito e bruciore.

Resta, ad ogni modo, fondamentale non cedere mai alla tentazione di grattarsi, che dopo un sollievo iniziale, non riduce il prurito, anzi, lo aumenta e la pelle colpita dalla puntura può infiammarsi, peggiorando la situazione.

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Come combattere il caldo in maniera economica ed ecologica con tre piante rampicanti

L’importanza di avere un’abitazione energeticamente autosufficiente ormai è palese. Convertire edifici vecchi talvolta risulta davvero troppo oneroso e la soluzione ottimale è quantomeno limitare le dispersioni e gli sprechi energetici. Dalle ricerche ENEA, l’agenzia nazionale per nuove tecnologie, arrivano incoraggianti notizie su possibili metodi totalmente green per combattere il caldo e, al tempo stesso, riuscire a risparmiare anche in bolletta fino al 15%. Secondo una recente ricerca, infatti, è stato possibile dimostrare che, creando una copertura verticale ricoperta di piante rampicanti e isolando allo stesso modo anche i tetti, la temperatura interna dei locali può abbassarsi anche fino a 3 gradi, riducendo in estate il consumo elettrico impiegato dai climatizzatori del 15 %. I vantaggi di questa sorta di ‘cappotto vegetale’, tuttavia, non si limitano solo a combattere il caldo. In inverno, l’intercapedine tra la parete vegetale e il muro crea un effetto camino che trattiene la dispersione di calore e l’isolamento dall’umidità, riducendo anche in questo caso i costi di riscaldamento del 10%.

Altri vantaggi del ‘cappotto verde’

Un’idea tanto semplice quanto geniale, dunque, quella messa a punto dall’ENEA, ma, inaspettatamente, i vantaggi del ‘cappotto verde’ continuano. La riduzione dell’utilizzo di condizionatori inevitabilmente implica anche una minore produzione di anidride carbonica, metano ed altre emissioni pericolose per l’uomo e l’ambiente. Sorprendentemente una presenza maggiore di verde aiuta non solo adattenuare l’inquinamento acustico, ma anche gli affetti collaterali di un fenomeno sempre più frequente chiamato ‘bomba d’acqua’: abbondantissime precipitazioni concentrate in poco tempo. La vegetazione, in presenza considerevole, contribuisce ad assorbire il 50% delle precipitazioni piovane, in quanto forse non tutti sanno che ormai i tetti e i terrazzi rappresentano il 20% della superficie totale della città. Tutto ciò, senza considerare, ovviamente, anche un miglioramento della qualità dell’aria: basti pensare che 25 metri quadrati di vegetazione produce il fabbisogno di ossigeno di una persona e, al tempo stesso, 1 solo metro quadrato elimina circa 0,2 kg di particolato presente nell’aria che respiriamo.

Le piante più adatte per risparmiare e combattere il caldo

Non tutte le piante sono adatte a rivestire la copertura verticale o i terrazzi, o meglio, potenzialmente tutte possono farlo, ma non tutte lo fanno con un’efficienza ottimale allo scopo preposto. Esiste infatti un parametro oggettivo, la costante verde, che, se è uguale a zero, indica che la pianta non è capace di schermare la casa neutralizzando la radiazione solare. Invece, se è uguale ad 1, è adatta a rivestire la struttura verticale che costituisce il ‘cappotto verde’. Nel corso delle sperimentazioni, la pianta più schermante si è dimostrata la Pandorea Jasminoides variegata, una bellissima pianta sempreverde rampicante con fiori rosa e bianchi appartenente alla stessa famiglia della Bignonia. Leggermente al di sotto, in termini di efficienza, ma valutate comunque idonee, sono anche la Lonicera Hall’s Prolific, una varietà di caprifoglio, e la Parthenocissus quinquefolia (più nota come vite americana).

Nell’allestimento delle coperture verdi vengono impiegate tuttavia anche altre tipologie di piante, scelte in base all’esposizione al sole degli edifici, alla loro conformazione (tipo di tetto) e alla posizione geografica per fornire un prodotto finale con poche esigenze idriche e poca manutenzione.

L’ENEA organizza dei corsi gratuiti di formazione per la realizzazione delle coperture verdi rivolti ad agronomi, biologi, architetti, periti agrari e laureati in scienze naturali. Sicuramente è un’ottima occasione per creare nuovo lavoro ecosostenibile.

In prospettiva anche degli incentivi previsti dal “BONUS VERDE”, risulta utile approfittarne per convertire il proprio edificio o, perché no, provare in autonomia a realizzare il proprio “cappotto verde”.

 

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Come curare le piante quando si va in vacanza

Le vacanze estive sono ormai imminenti e il solo pensiero di dover abbandonare, anche se temporaneamente, le tue care piante ti fa stare un po’ in ansia? E’ normale: chi si prende cura di una o più piante, lo fa con amore e dedizione. Non dimentichiamoci che sono pur sempre degli esseri viventi!

Di solito la soluzione più indicata quando si va in vacanza, o ci si assenta da casa per periodi più o meno lunghi, è quella di trovare un “plant-sitter”, qualcuno che per amicizia, o proprio per professione (già, c’è gente che viene pagata per accudire le pianete!), si prenderà cura di loro in tua assenza.

Se l’idea di traslocare mezza veranda o, peggio ancora, di dover lasciare ad un estraneo le chiavi di casa (sentimento comprensibile e condivisibile), l’alternativa è quella di adottare una serie di trucchi per preparare le amate piante ad un periodo di autonomia programmata. Se mentre in inverno, complice le temperature più basse e i cicli vegetativi rallentati, le cure sono davvero ridotte a pochi interventi mensili, in estate una sospensione delle irrigazioni anche per pochi giorni possono comportare delle conseguenze anche abbastanza gravi.

Sostanzialmente per fronteggiare il problema, bisogna fare scorta di acqua e renderla disponibile al bisogno e ridurre l’evaporazione della stessa.

Immagazzinare acqua

I trucchi per immagazzinare quanta più acqua possibile sono tanti. Si possono inserire nel terreno delle bottiglie a testa in giù, chiaramente piene d’acqua. Vanno bene sia le comuni bottiglie in plastica, volendo con il tappo precedentemente forato, per rilasciare più lentamente l’acqua, oppure anche bottiglie di vetro. In aggiunta si può disporre un grande contenitore pieno d’acqua posto leggermente più in alto rispetto al vaso, dal quale far pendere un cordino che andrà interrato nel vaso. L’acqua per capillarità verrà assorbita dal cordino e raggiungerà il vaso. In alternativa al cordino, si possono utilizzare anche stoffa o striscioline di vecchie asciugamani. Un altro trucco per fare scorta di acqua sono gli immancabili sottovasi. In aggiunta si può utilizzare un unico grande contenitore, tipo bacinella, dove inserire più vasi.

Ridurre l’evaporazione 

Come anticipato, se creare una scorta d’acqua risulta fondamentale per far sopravvivere le piante durante le vacanze, è altrettanto importante ridurne l’evaporazione. Nel caso di piante poste all’aperto ed esposte al sole per molte ore, è preferibile spostarle in una zona più riparata, altrimenti la scorta di acqua evaporerà nel giro di qualche giorno, rendendo vano il lavoro fatto. Anche creare una copertura sulla superficie del terriccio può aiutare molto a ridurre l’evaporazione. In agricoltura questa tecnica viene chiamata pacciamatura (ne abbiamo parlato ampiamente in questo articolo) e può essere realizzata con vari materiali, di origine organica o minerale. Per un uso domestico e temporaneo, potrebbe bastare anche del semplice cartone tagliato e sagomato con la forma del vaso.

Per le piante d’appartamento valgono gli stessi consigli, ad eccezione delle succulente e grasse, che hanno necessità idriche molto più ridotte.

Se le piante sono tante, bisognerebbe anche prendere in considerazione l’idea di creare un piccolo sistema di irrigazione a goccia, controllato con un timer e con non molti soldi ormai è possibile creare delle soluzioni davvero efficienti.

Messe in atto le dovute precauzioni per le piante, non resta che preparare le valigie e partire senza pensieri.

Buone vacanze!

 

 

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Omino testa d’erba : un passatempo estivo

L’omino testa d’erba è a metà tra un gioco educativo per bambini e un riutilizzo simpatico di calze e materiali di vario genere. Come vedremo, le varianti sono infinite, così come i materiali da utilizzare. Noi daremo solo delle linee guida per realizzarlo con le possibili sostituzioni.

Occorrente :

  • calza
  • semi
  • substrato ( terriccio , torba , cotone idrofilo , segatura…ecc…)
  • elastici
  • accessori

A seconda dal soggetto che si desidera realizzare, si possono utilizzare calze di nylon o calzini di cotone. Chiaramente materiali di recupero: calze smagliate o i famosi calzini spaiati vanno benissimo. Anche la scelta dei semi è puramente indicativa: sarebbe preferibile utilizzare semi di prato, tuttavia, in mancanza, si può adoperare quello che si ha in casa . Lenticchie, mangime degli uccellini o germogli possono essere un discreto sostituto. Nella lista per substrato s’intende il materiale sul quale cresceranno i semi. Può andare bene tutto, anche la segatura o l’ovatta, purché sia un materiale inerte (per impedire la proliferazione di muffe) che trattenga bene l’umidità.

Fondamentale è l’ordine di inserimento: la calza va riempita prima con i semi e poi con il substrato. Va chiusa, annodandola alla base e con degli elastici bisogna sagomare e fermare il naso e, volendo, anche le orecchie.

Aggiungere gli accessori realizzati con panno lenci, o in alternativa, disegnare occhi e bocca con un pennarello indelebile.

Dicevamo, l’omino testa d’erba può essere un valido gioco educativo per i bambini : dovranno prendersene cura, bagnandolo quotidianamente, almeno fino a che i semi non siano germogliati. Una volta spuntati i “capelli”, invece potranno divertirsi a creare acconciature o, addirittura, a tagliarli. Seguendo lo stesso procedimento, è possibile realizzare anche altri soggetti. Sostituendo la calza di nylon con un coloratissimo calzino e usando dei semplici bottoni per fare occhi e naso, si può creare, ad esempio uno simpaticissimo riccio, con fili d’erba al posto degli aculei. Anche in questo caso bisogna ricordarsi di disporre prima i semi e poi il substrato.

 

 

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Grey mask: come realizzare in casa una maschera viso peel off all’argilla


Da qualche anno ormai è scoppiata la moda delle maschere peel off che tradotto letteralmente indicano quelle maschere che si “sbucciano”, rimuovendole come una seconda pelle, asportando allo stesso tempo anche cellule morte ed impurità. La maschera peel off più nota è sicuramente la black mask dal caratteristico colore nero, appunto, dato dalla presenza di carbone vegetale che ha la funzione di assorbire le impurità.

Molti hanno provato a rifare in casa la black mask con discreti risultati e costi anche piuttosto bassi.

Nella nostra versione grigia, realizzeremo una maschera peel off senza carbone e senza gelatina: il carbone verrà sostituito con l’argilla e la gelatina può essere rimpiazzata dall’agar agar. Chiaramente le sostituzioni possibili sono tante, purché i sostituti abbiano proprietà affini. Nel caso del carbone, che fondamentalmente ha la funzione di assorbire le impurità, la sostituzione avverrà con l’argilla che infatti ha le stesse proprietà (ne abbiamo parlato ampiamente anche in Argilla: proprietà ed usi). L’argilla, tuttavia, oltre ad avere le stesse proprietà del carbone, è sicuramente meno costoso e non ha l’inconveniente di essere un prodotto di combustione con tutte le problematiche che ne conseguono. La gelatina di pesce, invece, rappresenta l’agente gelificante della maschera e l’effetto peel off è dato proprio da questo ingrediente. In sostituzione alla gelatina, può essere utilizzata l’agar agar, un gelificante di origine vegetale, estratto da un’alga. Appartengono alla famiglia dei gelificanti vegetali anche gli alginati, il carrube, la carragenina, la gomma adragante, la gomma arabica e la pectina (la stessa utilizzata per fare le marmellate).

Occorrente per fare la maschera peel off:

  • 2 cucchiai di latte (anche vegetale)
  • 3 fogli di gelatina di pesce ( o 12 grammi di agar agar, ovvero 3 cucchiai rasi )
  • 1 cucchiaino di argilla

Il procedimento è semplice: si riscalda il latte e si discioglie al suo interno l’agente gelificante (nel caso dei fogli si consiglia di idratarli precedentemente in acqua fredda per qualche secondo). Successivamente si stempera all’interno l’argilla, poco alla volta e solo nella quantità sufficiente per compattare il composto. Il preparato deve risultare omogeneo e facilmente spalmabile, quindi non troppo vischioso. Infatti sarà opportuno spalmarlo sul viso ancora tiepido con un comune pennello per il fard, applicandolo su tutto il viso, facendo attenzione in prossimità delle sopracciglia, in quanto durante la rimozione, potrebbe strappare via anche qualche peletto! Lo strato di preparato deve essere sottile, altrimenti impiegherà tantissimo tempo ad asciugarsi, ma non troppo sottile da spezzarsi durante la rimozione. Eventuali residui di maschera si eliminano facilmente con acqua calda.

Come tutte le maschere, si sconsiglia di essere costanti per avere risultati visibili in caso di pelle particolarmente impure e di ripetere le applicazioni solo una volta a settimana, per non stressare troppo i follicoli che, se troppo sollecitati, potrebbero formare ulteriori comedoni (brufoli e punti neri).

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Coltivazione delle zucchine: consigli e rimedi alle malattie più comuni


Le zucchine, con i suoi frutti così versatili in cucina, sono probabilmente gli ortaggi più coltivati anche da principianti o coltivatori “da balcone”: non hanno particolari esigenze, sono facili da coltivare ed una sola pianta può produrre fino a 7 Kg di zucchine.

Consigli pratici sulla coltivazione delle zucchine:

Come dicevamo, la zucchine ha poche esigenze, ma fondamentali. Necessitano di una buona esposizione alla luce, come del resto tutte le cucurbitacee. Inoltre hanno bisogno di un terreno ben drenato e fertile. Infatti nell’ottica delle consociazioni, si consiglia proprio di collocare le zucchine in prossimità di leguminose, così da sfruttare la disponibilità di azoto (uno degli elementi della fertilità) resa utilizzabile dai batteri azotofissatori presenti nelle radici di queste ultime.

Per le zucchine anche la disponibilità di acqua è fondamentale (le zucchine, con le loro 20 Kcal per 100 grammi, sono costituite per quasi il 90% da acqua), tuttavia si devono evitare ristagni ed eccessiva umidità, soprattutto sulle foglie per evitare la formazione di un fungo dalla tipica colorazione biancastra chiamato oidio.

Malattie più frequenti delle zucchine.

Le zucchine mal sopportano gli eccessi di acqua e gli sbalzi idrici che sono la causa di quelle macchie bianche che si formano sulle foglie e talvolta anche sui frutti. Queste macchie, come accennato in precedenza, sono un fungo chiamato oidio o anche “mal bianco” e si forma proprio a causa di un’abbondante presenza di umidità. E’ più semplice prevenire l’oidio che curarlo, evitando appunto i ristagni di acqua e ricordandosi di non bagnare mai la pianta, ma solo il terreno. Può essere d’aiuto anche la rotazione delle colture, ovvero mai coltivare la stessa varietà per più anni di fila nello stesso posto, piuttosto alternarle per evitare che la stessa malattia colpisca la stessa varietà. Un altro rimedio per prevenire l’oidio è estirpare la pianta dopo il terzo mese, quando ormai la produzione di zucchine è in fase calante (e la pianta statisticamente è più soggetta ad ammalarsi) e sostituirla con una pianta più giovane.

Nel caso proprio si voglia o si debba curare una pianta soggetta ad oidio, in agricoltura biologica è concesso lo zolfo, tuttavia, considerata la fitotossicità del prodotto intorno ai 32° C, se si è in piena estate, tanto vale sradicare la pianta malata.

In rete è possibile trovare anche rimedi più o meno discutibili sull’uso del latte come possibile cura. In teoria alterando il pH (il latte ha un pH acido), il fungo dovrebbe morire e la presenza di acido lattico dovrebbe rendere la pianta non più adatta ad ospitare qualsiasi microorganismo. Tuttavia la reale efficacia non è mai stata dimostrata.

Cause della mancata fruttificazione delle zucchine.

Quando le zucchine sulla pianta smettono di crescere e cominciano ad ingiallire e cadono, le possibili cause sono diverse. La più frequente è proprio l’oidio.

Tuttavia non si esclude anche una mancata impollinazione dei fiori femmina (il cuoi ovaio si trasformerà in zucchina) da parte dei fiori maschi (per intenderci,  quelli che si mangiano). La causa può essere proprio di carenza di fiori maschi (non bisogna mangiarseli tutti!) o di impollinatori. Soprattutto per chi vive in città, è sempre più frequente che gli insetti pronubi, ovvero gli impollinatori, scarseggino. In questo caso bisogna impollinare manualmente le zucchine, prendendo un fiore maschio e strofinandolo sui fiori femmina.

Altre avversità tipiche delle zucchine

Meno frequente, ma altrettanto probabile è l’attacco di afidi, piccoli insetti neri spesso accompagnati da formiche che non parassitano la pianta, ma proteggono i reali parassiti, in cambio di melata, una sostanza zuccherina prodotta dagli afidi e che scatena la prolificazione di altre malattie fungine. In questo caso è preferibile utilizzare il sapone molle, ammesso in agricoltura biologica, che scioglierà letteralmente l’esoscheletro degli afidi, lavando via anche la melata e prevenendo le malattie fungine.

 

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Strategie di propagazione dei semi: in che modo riescono a spostarsi pur essendo immobili

E’ un modo diffuso di dire che “la mela non cade mai lontana dall’albero”, quando si vuole indicare che i figli somigliano per aspetto o carattere ai genitori. In natura invece nella maggior parte dei casi il meccanismo che permette ai semi di allontanarsi il più possibile dalla pianta di origine è fondamentale per garantire al nuovo esemplare di non dover entrare in competizione con la pianta già adulta. Dunque anche evolutivamente piante che hanno sviluppato delle vere e proprie strategie per distribuire i semi in modo mirato diventa anche un punto di forza per la sopravvivenza innanzitutto dell’esemplare, ma anche per i suoi discendenti e dunque la sopravvivenza di tutta la specie.

Ma come fanno i semi a spostarsi se non sono forniti di arti?

L’assenza di arti o l’impossibilità proprio di muoversi non ha scoraggiato i semi nel trovare il modo di allontanarsi e colonizzare territori incontaminati. Anzi, hanno sviluppato strutture che sfruttando vento, acqua, calore del sole o animali, permettendo ugualmente lo spostamento.

I semi volanti e la disseminazione anemocora

Molti semi hanno sviluppato delle vere e proprie ali, come nel caso dell’acero: quando il seme raggiunge la maturità si stacca dal ramo e planando e sfruttando il vento, può coprire lunghe distanze. Allo stesso modo, altri semi sviluppano una struttura piumosa, chiamato pappo, che ha una funzione simile a quello di un paracadute, permettendogli di farsi trasportare e non cadere subito. Il pappo è tipico del tarassaco, con la tipica struttura bianca, tondeggiante, chiamata soffione, ma è presente anche in altre specie, come ad esempio il pioppo che in primavera con le abbondanti produzioni crea degli spettacolari effetti di neve fuori stagione.

I semi “velcro” e la dispersione zoocoria

 

Alcuni semi riescono ad allontanarsi dalla pianta madre e ad essere trasportati molto lontani grazie alle estremità uncinate con le quali possono aggrapparsi praticamente a tutto, animali o abiti di persone di passaggio. Pare che queste estremità uncinate siano state proprio prese da esempio dall’inventore del velcro ricreando lo stesso meccanismo.
 

 

 

 

 

I semi appetitosi e la dispersione mirmecoria

I semi vengono ingeriti da animali e poi dispersi, restando, malgrado la digestione, ancora vitali.

E’ quanto accade per una varietà di caffè che viene ingerito e propagato da uno zibetto, il luwak. Questi semi di caffè, così “trattati”, vengono rivenduti a circa 600 € come Kopi Luwak, il caffè più costoso al mondo. Pare che il processo digestivo renda l’aroma finale molto particolare ed unico!

Quando però i semi vengono raccolti dalle formiche, che non li ingeriscono, ma li trasportano e ne consumano solo la parte esterna, la dispersione prende il nome di mirmecoria, se ad opera di uccelli, si dice ornitocoria.

I semi “proiettile” e la dispersione bolocora

 

Alcuni semi, giunti a maturità, vengono letteralmente sparati come proiettili a lunghissime distanze. Di solito l’esplosione avviene in seguito ad un urto o al calore del sole. Tra le piante che adottano questa strategia ricordiamo il cocomero asinino (Ecballium elaterium), una varietà di cucurbitacea spontanea, che se urtata, spara come una mitragliatrice i semi con estrema violenza ad una velocità di 10 m/s!
 

 

 

I semi galleggianti e la disseminazione idrocora

 

Per concludere, ricordiamo i semi che sfruttano l’acqua per farsi trasportare per molti chilometri. E’ una strategia tipica delle piante acquatiche, ma è usata anche dal cocco che riesce a rimanere germinabile per 110 giorni in immersione e percorrere fino a 5mila chilometri.

 

 

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Guida agli innesti e all’uso dell’innestatrice 3 T ( tipologie di taglio )

L’ innesto è una pratica agronomica che ha moltissimi vantaggi, quali la sostituzione di cultivar senza la necessità di espiantare un albero riducendo i tempi di attesa, rendere la parte innestata più resistente a virus o malattie grazie alle peculiarità del portainnesto, riprodurre cultivar che difficilmente riescono in altro modo.

Innestare è un’arte, ma studiando i meccanismi, le tecniche e, perché no, anche la struttura dell’albero aiuta ad aumentare le possibilità di successo.

Affinché si verifichi una buona saldatura tra marza e portainnesto è necessario il rispetto di alcune regole generali.

AFFINITÀ

Proprio come l’unione tra due persone, anche l’innesto sull’affinità tra le componenti. L’ affinità é l’insieme delle condizioni che danno origine ad un unione (innesto) durevole. La mancanza di queste caratteristiche da origine alla disaffinità. Le cause della disaffinità sono diverse, tra quelle più importanti ne ricordiamo due: la distanza botanica e la presenza di virus i quali interferiscono sul grado di affinità dei bionti. Per praticare un innesto infatti occorre che i due individui interessati, di cui uno fornisceil soggetto sul quale fare l’innesto e l’altro il nesto stesso, siano il più “vicini” possibile dal punto di vista botanico. É più facile perciò che un innesto riesca se si opera nell’ambito della stessa specie. Più improbabile, ma ancora relativamente facile, se si lavora con individui dello stesso genere. Per concludere, ricordiamo il problema della reciprocità. Spesso si commette l’errore di credere che, essendo possibile innestare il melo su un pero, sia altrettanto possibile innestare il pero su un melo. Questo invece non é possibile in quanto pur essendo botanicamente molto vicini sono tra essi disaffini. É meglio quindi attenersi sempre ai portinnesti consigliati per non incorrere in spiacevoli sorprese.

EPOCA

Il periodo degli innesti va da Febbraio a Settembre, ma nelle regioni più calde in Ottobre è ancora possibile innestare. Per l’operazione di innesto bisogna quindi tenere conto delle condizioni climatiche, in particolare della temperatura e delle precipitazioni. Gli innesti autunnali, effettuati appena prima del periodo di riposo invernale, realizzeranno le condizioni di attecchimento solo nella primavera successiva in corrispondenza della ripresa vegetativa. La maggior parte degli innesti si esegue alla fine dell’inverno e alla fine dell’estate, momenti in cui la temperatura non é più tanto fredda o tanto calda e l’attività vegetativa delle piante non é più così intensa.

POLARITÀ

E’ importante mantenere sempre il normale senso di orientamento alla crescita delle parti utilizzate per l’innesto. Questo perchè ogni pianta, come ogni sua parte , ha bisogno di essere sempre orientata nel proprio senso naturale di crescita e di flusso dei liquidi vitali, ovvero quello in cui si trovava prima di essere tagliata. In parole povere, una marza innestata a “testa in giù” non attecchisce.

SALDATURA

Il cambio (vedi illustrazione sezione del fusto), all’interno delle parti legnose, è una corona circolare “generatrice”, poichè contiene cellule vegetali in costante e frenetica attività che producono continuamente i due strati di tessuti che la racchiudono. Affinché si verifichi una completa saldatura dell’innesto, è necessario che le zone cambiali dei simbionti si tocchino e restino a contatto fra loro almeno in un punto. Infatti sono proprio le zone generatrici a produrre cellule capaci di fare attecchire marza e soggetto, quindi più sarà vasta l’area cambiale di contatto, maggiore saranno le possibilità che l’innesto avvenga. Da qui si comprende che, proprio per aiutare la saldatura, si devono praticare tagli netti, con strumenti ben affilati, e che non lascino increspature sulle aree di contatto. 
Inoltre una maggiore aderenza tra le due zone di contatto riduce le infiltrazioni di muffe e parassiti. In commercio infatti esistono delle pinze, chiamate innestatrici, che permettono di preparare le marze e creare un taglio ad incastro speculare sul portainnesto per render l’adesione totale.

Si possono eseguire innesti fino a temperature intorno ai 30-32°C, al di sopra dei quali l’eccessivo calore impedisce una saldatura efficace e completa. A partire da una temperatura dell’aria intorno ai 18°C costanti si ha un attecchimento di tutti i tipi di innesto.

Se la temperatura é troppo alta, conviene proteggere dal sole circondando il punto di innesto con carta bianca. Al contrario, quando la temperatura é bassa conviene circondare gli innesti con materiali (tipo polietilene nero) che mantengono l’umidità e consentono l’innalzamento della temperatura.

MATERIALI

Occorre fare molta attenzione nella scelta del materiale per la legatura. Esistono in commercio nastri adesivi, nastri in fibra sintetica, fili cavi in gomma e rafia naturale che hanno la caratteristica di tenere bene unite le parti innestate ma consentono il passaggio dell’aria e dell’umidità ambientale.

CRITERI PER LA SCELTA DEL PORTINNESTO E DELLA MARZA

Scegliendo il portinnesto si deve ricordare che il requisito più importante che deve avere é l’affinità (vedi sopra) con la marza, in modo da avere più possibilità di attecchimento. Inoltre bisogna considerare la sua adattabilità al terreno e al clima e, quando é possibile, scegliere soggetti resistenti ai parassiti.Per la scelta della marza ci si deve preoccupare dello stato sanitario della pianta madre. I migliori rami per il prelievo delle marze sono quelli ben esposti alla luce, formati da tessuti ben maturi, evitando quelli troppo esili o troppo vigorosi.

TECNICA DI INNESTO

I tipi di innesto si possono suddividere in due grandi categorie: innesto a gemma ed innesto a marza.

Tra gli innesti a gemma sono compresi gli innesti a occhio, a scudo, a pezza, a zufolo, ciò tutti quegli innesti in cui l’oggetto é costituito da una gemma unita ad una parte di corteccia.

L’innesto a marza, che viene praticato soprattutto all’inizio della ripresa vegetativa, è molto più usato dell’innesto a gemma il quale è particolarmente complicato da eseguire.

Nell’innesto a marza il nesto (chiamato anche marza o calma) é costituito da una porzione di ramo lungo 10-12 cm provvisto di 2-3 gemme; per comodità possiamo dire che la marza é costituita da un “corpo” (cioè da un tratto di ramo provvisto delle gemme) e da una “coda” (parte terminale) diversamente incisa a seconda del tipo di innesto.

L’epoca di esecuzione degli innesti a marza va dalla seconda metà dell’inverno fino all’inizio della primavera.

Gli innesti a marza che si possono fare con la nostra INNESTATRICE MANUALE sono di due tipo:

Innesto a “V” o incastro e Omega.

Per questi innesti il materiale che costituisce il nesto deve essere a riposo vegetativo , nel senso che le sue gemme non devono avere iniziato a rigonfiarsi. Occorre pertanto staccare dalla pianta madre in pieno inverno ( tra Dicembre e Gennaio ) il ramo o i rami destinati a fornire le marze e conservarli in un locale freddo e al buio (meglio in frigorifero a 0-1°C) ben chiusi in un sacchetto di plastica.

Vediamo ora, in dettaglio, due i tipi di innesto a marza eseguibili con l’ INNESTATRICE MANUALE.

 

INNESTO A “V” o INCASTRO

L’innesto a “V” é tra i più antichi ed ancora oggi molto usati. Può essere praticato durante tutto il periodo di riposo vegetativo delle piante ma i risultati migliori si ottengono eseguendo l’innesto all’inizio del riposo (ottobre-novembre) o, meglio ancora prima della fase di ripresa primaverile (febbraio). In questo modo si supera il pericolo del freddo invernale che limita notevolmente le possibilità di attecchimento.

INNESTO A OMEGA

L’innesto a Omega é particolarmente usato nella vite e nelle rose , piante le quali una volta recise hanno una notevole fuori uscita di linfa. Per favorire l’attecchimento dei cambio si procede con l’innesto a Omega, il quale crea grazie al taglio a forma di occhiello, regola l’afflusso della linfa e consente una rapida cicatrizzazione.

Questo tipo di innesto é particolarmente consigliato all’inizio del riposo vegetativo delle piante (ottobre-novembre) ma lo si può praticare anche nella fase di ripresa primaverile (febbraio).

In sintesi, riportiamo nella seguente tabella le varietà e i rispettivi periodi ottimale e tipologia di innesto .

 

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Come si pianta un albero da frutto

La coltivazione di una pianta da frutto inizia quando si pianta l’albero nel terreno. Il trapianto è un momento delicato, perché la giovane piantina deve abituarsi all’ambiente nuovo e radicarsi in modo da poter crescere stabile e forte. Per questo sono necessarie alcune accortezze che possiamo vedere insieme.

Prima di tutto bisogna scegliere il periodo giusto per l’impianto, ma questo dipende dal tipo di albero scelto, oltre che dal clima in cui si trova il terreno. Molte piante durante l’inverno sono in riposo vegetativo e si può approfittarne per piantarle tra novembre e febbraio. E’ il caso di melo, pero, pesco, albicocco, susino, ciliegio e tante altre tra le principali specie fruttifere.

Molto importante è anche la scelta del luogo: il terreno giusto deve avere una buona esposizione al sole, un discreto riparo dal vento e non formare ristagni d’acqua. Chi vuole essere più puntiglioso può decidere di far analizzare il suolo in laboratorio per conoscerne le caratteristiche fisiche e chimiche, in modo da sapersi regolare nella concimazione. Chi invece vuole mettere un albero da frutto in giardino per hobby può anche farne a meno e sperimentare direttamente.

Una volta deciso dove e quando piantare si procede con il lavoro vero e proprio: ossia lo scavo della buca. Per consentire all’alberello di radicare facilmente è opportuno scavare per almeno mezzo metro di profondità, tenendo una misura analoga anche come diametro del buco. Se il terreno è argilloso e tende a compattarsi si può aumentare la misura dello scavo.

Effettuata la buca si mette nel terreno la pianta sopra un letto di terra smossa, e si procede riempiendo lo scavo con la terra precedentemente rimossa. Negli ultimi 20 centimetri di profondità possiamo incorporare del concime organico (ad esempio letame maturo oppure compost). Mentre si riempie si eliminano pietre e radici, immettendo solo terra pulita.

Riempita la buca si compatta il terriccio premendolo coi piedi e verificando che l’albero sia ben dritto, poi si innaffia. Le irrigazioni vanno somministrate con costanza per il primo mese, crescendo la pianta andrà a radicarsi in profondità e diventerà più autonoma nel reperire le proprie risorse.

Adesso che la pianta è a dimora nel nostro terreno bisognerà coltivarla, alcuni utili consigli su come farlo si possono trovare su Frutteto Biologico.  Bisogna sottolineare l’importanza di una coltivazione con metodi naturali, che permetta di raccogliere frutti sani e che sia sostenibile per l’ambiente.

Post scritto da Matteo Emilio Cereda di Fruttetobiologico.it

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Sale di sedano: cos’è, come si usa e come si prepara

Dopo giorni di abbuffate ripetute e pranzi senza fine, è normale sentirsi appesantiti e avvertire una sensazione di gonfiore. Sebbene l’apporto calorico complessivo sia stato davvero superiore a quello necessario, talvolta ritornando alle regolari abitudini e facendo anche semplicemente attenzione al sale, può fare la differenza. A tal scopo può correre in soccorso il sale di sedano.

Cos’è il sale di sedano

Il sale di sedano è un sale aromatizzato con semi o foglie e gambi di sedano, precedentemente essiccati e polverizzati.
Viene usato sostanzialmente per ridurre la quantità di sale “in purezza” per gli effetti collaterali, quali ipertensione e ritenzione idrica. Il sale di sedano, infatti, aiuta ad esaltare il sapore del cibo, apportando una quantità minore di sale.

Come si usa il sale di sedano

Il sale di sedano si può utilizzare come il comune sale da cucina, per insaporire tutte le pietanze crude o cotte. Chiaramente in cottura il sedano sprigiona più aromi aumentando la sensazione di salinità.

Come si prepara il sale di sedano

Realizzarlo è semplice. Se si hanno a disposizione i semi di sedano, è sufficiente ridurli in polvere con un macinino ( pestello, mixer…ecc..) e unirli al sale. E’ bene ricordare che in commercio esistono semi da semina e semi destinati all’alimentazione, tipo i germogli per intenderci. Molto spesso i semi da semina sono trattati con prodotti chimici o comunque se non trattati, non sono adatti per essere consumati perché potrebbero ad esempio non essere stati conservati adeguatamente nel rispetto di tutte le norme igieniche. Quindi devono essere semi specifici per uso alimentare. Per cominciare ad abituarsi al sapore, si consiglia di iniziare a miscelare semi e sale con un rapporto di 1 a 3, in quanto inizialmente il sapore del sedano può non essere gradito a tutti. Quindi per ogni cucchiaino di polvere di semi di sedano, tre di sale. Nelle preparazioni successive, si può progressivamente ridurre la quantità di sale.
Se, invece, si ha a disposizione il sedano fresco, bisogna prima lavarlo, asciugarlo bene e tagliarlo a pezzi. Si può scegliere di essiccarlo al sole, al forno o in essiccatore. Chi ha l’essiccatore, procede come un normale ortaggio. L’essiccazione al sole può richiedere vari giorni e dipende molto dalle temperature ( il clima estivo è sicuramente più favorevole alle essiccazioni al sole.). In mancanza di sole e clima adeguato, si può optare per un’essicazione al forno: la temperatura ideale sarebbe 40° per non alterare le proprietà organolettiche, ma purtroppo molti forni partono direttamente da 60°. Impostare la funzione ventilata, per non far bruciare il sedano. Oppure tenere lo sportello leggermente aperto durante l’essiccazione. Il procedimento può richieder diverse ore.
Quando il sedano apparirà completamente secco, bisogna ridurlo in polvere e unirlo al sale nei rapporti  tra sale e polvere sopra indicati. Quindi anche in questo caso il rapporto tra sale e polvere di sedano inizialmente sarà di 3 a 1, per poi ridurre nelle preparazioni successive la quantità di sale, fino ad eliminarlo completamente per chi lo gradisce.
Il sedano, in conclusione, grazie anche alle tantissime proprietà (drenante , disintossicante, ricco di vitamine..) è davvero un alleato della salute. Dunque il vantaggio del sale di sedano, oltre a quello di ridurre il sale, è anche quello di drenare i liquidi accumulati.

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