Invasione (pacifica) di libellule a Torino: un fenomeno annuale tipico di agosto

Negli scorsi giorni molti abitanti di Torino hanno pubblicato sui social spettacolari foto di balconi completamente invasi da libellule giallo oro. Lo stupore di poter vedere un numero così grosso di questi leggiadri insetti si è manifestato in tutta la città, ma con una concentrazione maggiore nel quartiere di Borgo San Paolo. La domanda ricorrente che accompagnava le foto era: ma cosa fanno?

Molte testate locali hanno un po’ ingigantito la notizia creando allarmismo, cercando di farla passare come un segno di chissà che catastrofe imminente, conseguenza del surriscaldamento globale.

Il fenomeno in realtà a quanto pare si verifica con una cadenza quasi annuale, puntualmente nella prima settimana di agosto. Ricorrendo a Google, abbiamo trovato un articolo datato 1989 nell’archivio de La Repubblica. Addirittura, scavando ancora più a fondo, siamo risaliti ad un’osservazione del naturalista Vittore Ghiliani che ha documentato lo stesso fenomeno nella metà del 1800. Quindi non è un fenomeno recentissimo.

Cominciamo subito con lo specificare che la Anax ephippiger, nome scientifico di questa bellissima libellula, non è un insetto dannoso, né per l’uomo, né in agricoltura. Anzi, dal momento che si nutre di zanzare, sia allo stadio larvale, che da adulte, una presenza massiccia di libellule non può che essere una nota positiva. Dunque se proprio si vuole usare il termine “invasione” è del tutto pacifica.

Gli avvistamenti degli sciami avvengono perlopiù nelle ore serali, quando c’è una maggior concentrazione di zanzare.

La Anax ephippiger, chiamata anche imperatore vagabondo, è una specie proveniente dal Nord Africa. Si riproduce in acque ferme, ma non si riproducono nelle vicine risaie vercellesi, come si potrebbe ipotizzare, in quanto con le nostre temperature in inverno non potrebbero sopravvivere. In realtà Torino e le zone limitrofe rappresentano un punto di passaggio, una tappa obbligata, nel loro itinerario migratorio. A testimonianza di quanto affermato, è la durata del fenomeno che dura pochissimi giorni. Infatti già nella seconda settimana di agosto non sono stati più segnalati avvistamenti.

In conclusione, le Anax ephiger, pur essendo termofile, ovvero amano gli ambienti caldi, non vengono attratte dalla città a causa dei cambiamenti climatici, ma semplicemente migrano.

Quindi niente allarmismo e godiamoci lo spettacolo!

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Curiosità: il pomodoro è un frutto o è un ortaggio?

Durante un’intervista un ex regbista irlandese, Brian O’Driscoll, per meglio esprimere un concetto disse che << la conoscenza è sapere che il pomodoro è un frutto, la saggezza è non utilizzarlo in una macedonia! >>.

Forse non tutti sanno che il pomodoro, infatti, non è esattamente un ortaggio, ma un frutto, anzi, più precisamente è una bacca.

L’errore di base è causato dalla tendenza di definire frutta tutti i vegetali dolci e ortaggi tutti gli altri. In realtà la distinzione tra frutto ed ortaggio (o verdura) è esclusivamente una scelta culinaria di etichettare il cibo. In botanica, invece, la definizione di frutto è molto diversa ed ha un significato molto più preciso: si intende frutto la struttura modificata dell’ovario dopo la fecondazione, all’interno del quale sono contenuti i semi. Dunque da un punto di vista strettamente scientifico, sono frutti anche le melanzane, le zucchine, zucche, ecc..

Viceversa, sempre da un punto di vista scientifico, quelli che in cucina sono impropriamente definiti come frutti, in realtà sono falsi frutti, come la mela (il vero frutto è il torsolo), o le fragole, in cui il vero frutto sono gli acheni, quelle capsuline gialle poste all’esterno.

Perché si elenca solo il pomodoro tra i “falsi ortaggi”?

Il pomodoro, pur non essendo il solo esempio di falso ortaggio, è sicuramente quello più citato. La spiegazione di tanta attenzione potrebbe risiedere forse nel nome: pomodoro deriva dalle parole pomo (mela) e d’oro, in quanto inizialmente i pomodori erano di color giallo. Infatti solo successivamente, come per le carote, in seguito alle ibridazioni e alle selezioni, il pomodoro ha cambiato via via colorazione, sebbene ad oggi sia disponibile anche nel colore originale. Dunque un nome che nasconde la risposta ad un dilemma.

Curiosità sui pomodori e l’ambiguità “frutta-ortaggio”

La difficile classificazione del pomodoro portò nel 1893 la Corte Suprema degli Stati Uniti ad ufficializzare l’appartenenza di questa diffusissima solanacea alla categoria ortaggi. All’epoca, infatti, la frutta non era tassata e poteva essere importata senza dazi, cosa che non accadeva per gli ortaggi, soggetti a tariffe anche piuttosto alte. Dunque, in un contesto economico, la disputa si è conclusa etichettando i pomodori come degli ortaggi, con la spiegazione della Corte che nell’uso comune vengono impiegati come tali.

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Il deserto fiorito del Cile: un fenomeno che si verifica ogni 5 anni

Capita periodicamente che alcune foto diventino virali sui social. Molto spesso quanto più inverosimile sembra il soggetto della foto, tanto più viene ricondivisa. Il più delle volte si tratta di veri e propri fotomontaggi, accompagnati da notizie false o prive di alcun fondamento.

Negli ultimi giorni molto probabilmente ti sarà capitato di imbatterti nella foto di un deserto fiorito, accompagnata da brevi e vaghe didascalie nelle quali si indica che si tratta del deserto di Atacama in Cile.

La foto è stata condivisa praticamente in tutto il mondo, ma, contrariamente da quanto detto nella premessa, non si tratta di una fake news, ma è una notizia vera e si tratta anche di un fenomeno molto particolare.

In Cile, infatti, più precisamente nella zona settentrionale, nella regione dell’Atacama, è situato un deserto che si estende fino al Perù meridionale. La caratteristica di questo deserto è quella di essere la zona più asciutta del mondo. La scarsità delle piogge è dovuta alla particolare collocazione geografica in cui confluiscono correnti opposte che creano un perenne campo di alta pressione.

Tuttavia, ciclicamente, con una cadenza media di circa 5 anni, avviene il fenomeno detto del “deserto fiorito”: le oscillazioni climatiche determinate da “El Niño” creano un innalzamento delle temperature dell’Oceano Pacifico, con conseguenti precipitazioni molto intense che trasformano le distese sabbiose in un campo fiorito.

Da un punto di vista scientifico, il deserto di Atacama è stato utile per il ritrovamento di batteri capaci di sopravvivere e riprodursi in totale assenza di acqua, aprendo nuove teorie e speranze sulla possibilità di trovare vita su Marte.

Nel mondo esistono altri due deserti che in presenza di abbondanti precipitazioni fioriscono: in Nord America, in prossimità di San Diego e in Australia.

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La barca di San Pietro: rito della notte tra il 28 e 29 giugno

Negli ultimi anni sono ritornati in grande auge molti riti della tradizione popolare, legati perlopiù al mondo contadino e alla previsione dei raccolti o del meteo. In precedenti post abbiamo visto molti rituali legati alla figura di San Giovanni Battista: abbiamo parlato principalmente della preparazione dell’oleolito di iperico e del nocino. Su Facebook invece abbiamo parlato più ampiamente dell’acqua di San Giovanni e del rito del cardo rivelatore. Nella raccolta di questi riti, che siano di tipo divinatorio (per prevedere il futuro) o di tipo apotropaico (per allontanare la cattiva sorte), l’elemento comune a tutti era la differenziazione in base alla regione di appartenenza. E’ fondamentalmente lo stesso anche per il rito di San Pietro. Si tratta di un rito divinatorio, ovvero in base all’esito è possibile sapere come andrà il raccolto, come sarà il tempo, quale sarà la salute dei componenti della famiglia o altri aspetti personali. Si è diffuso principalmente al Nord e cambia da regione a regione.

In cosa consiste il rito di San Pietro 

La notte tra il 28 e il 29 giugno si suole collocare una caraffa (o un qualunque contenitore di vetro trasparente, purché ampio) sul prato o sul davanzale, dove dovrà stare per tutta la notte a raccogliere anche la rugiada. Si inserisce acqua e l’albume di un uovo nel contenitore.

La mattinata del 29, giorno di San Pietro, in base alla formazione delle vele della barca, si prevede il futuro: vele aperte indicherebbero giornate di sole, vele chiuse, invece, pioggia e cielo nuvoloso. La tradizione vuole che durante la notte lo stesso San Pietro provveduta a formare le vele soffiando nell’acqua a testimonianza della vicinanza con i fedeli. Da regione a regione lo stesso rito dell’albume e dell’acqua viene affiancato anche alla figura di San Giovanni, quindi viene anticipato alla notte tra il 23 e il 24 giugno.

Spiegazione fisica al fenomeno

La spiegazione dell’innalzamento delle “vele” è riconducibile a due fattori: sbalzi di temperature tra notte e giorno e densità. La temperatura dell’acqua nella brocca dapprima si abbassa, facendo scendere sul fondo l’albume, per poi aumentare nella mattinata e far così ridurre la densità dell’albume portandolo a salire verso l’alto e a formare le vele del veliero.

Nesso tra la barca e San Pietro

San Pietro era originariamente un pescatore. Quindi la barca o il veliero è un elemento molto rappresentativo per il santo. In alcune regioni il rito esulava dalla sfera prettamente contadina e spesso veniva utilizzato proprio dai pescatori prima di andare in mare per prevedere le burrasche estive.

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Come realizzare una coroncina di fiori freschi usando solo fiori

In primavera, tempo permettendo, può capitare spesso di imbattersi durante un’escursione o una gita in un bel campo di fiori. Tra i più facili da trovare e riconoscere sono sicuramente i fiori del dente di leone (tarassaco), che con il loro giallo acceso portano subito allegria.

Una simpatica attività da fare all’aperto, anche in compagnia dei bambini, può essere la realizzazione di bellissime coroncine, utilizzando esclusivamente una tecnica di intrecci, che non richiede né forbici, nastri o speciali materiali da fioristi difficili da reperire.

La tecnica è semplice e si ripete per tutta la lunghezza della coroncina. Bisogna raccogliere i fiori con attenzione, cercando di ottenere gambi di almeno 15-20 cm. La lunghezza del gambo è fondamentale per dare robustezza e corposità alla coroncina, in quanto rappresentano la sua sola struttura portante.

Si comincia avvolgendo il gambo di un dente di leone intorno ai gambi dei primi due fiori che formeranno una sorta di “locomotiva” di questo treno floreale! Si procede facendo lo stesso intreccio anche con i successivi gambi fino ad ottenere la lunghezza desiderata. Se si desidera, è possibile sfalsare la disposizione dei fiori, dunque non tutti allineati, per poter avere una coroncina molto più ricca. La coroncina si chiude annodando gli ultimi gambi intorno ai primi due fiori e rimuovendo i gambi in eccesso.

Chiaramente si possono utilizzare anche altri tipi di fiori oltre al tarassaco, purché abbiamo un gambo sufficientemente lungo e flessibile da essere intrecciato intorno agli altri gambi. Un’altra caratteristica altrettanto importante è la durata da recisi: un fiore adatto ad essere utilizzato in una coroncina non deve appassire subito. Ad esempio il papavero, pur essendo bellissimo e avendo un gambo potenzialmente adatto ad essere intrecciato, è troppo delicato, tende ad appassire subito e a perdere i petali nel giro di pochi minuti.

Dunque in alternativa al tarassaco, si può utilizzare il trifoglio bianco, alternando foglie e fiori, anche se il risultato non sarà lo stesso perché i gambi sono più corti e sottili. Oppure si può utilizzare la pratolina. Anche la camomilla può essere intrecciata, utilizzando tutto il ramo, intrecciandola a mazzetti, con un risultato meno ordinato, ma sicuramente più naturale.

Il vantaggio di realizzare una coroncina di fiori senza utilizzare altri materiali? Si può realizzare ovunque, anche direttamente in un campo e quando comincia ad appassire si può buttare in compostiera: sarà biodegradabile al 100%!

Con la stessa tecnica di intreccio, con lunghezze differenti, si possono realizzare anche braccialetti, ghirlande, collane, vere e proprie catene da appendere…insomma, qualsiasi cosa si desideri, da tenere per sé o da regalare durante feste o un semplice picnic.

L’unica raccomandazione che facciamo sempre: quando raccogli erbe/fiori in natura, accertati di essere sicuro dell’identità, per non imbatterti in varietà velenose o protette. Se non ne conosci l’identità, non raccogliere nulla. Se sei certo che sia una pianta edibile e non protetta, raccogli, ma con giudizio: mai raccogliere più del 5% delle piante (o frazioni di esse) disponibili.

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Birra di ortica: come ottenere un surrogato della birra dall’ortica

La versatilità delle erbe spontanee permette con un po’ di fantasia di realizzare un intero pasto, dall’antipasto al dolce, terminando addirittura con un surrogato del caffè. Ma forse non tutti sanno che dall’ortica, già spesso citata per la preparazione del macerato, è possibile ottenere anche una freschissima e dissetante birra.

Bisogna subito precisare che, come il surrogato del caffè non contiene caffeina, anche questa specialissima birra non è alcolica, o meglio, lo è, ma in percentuali molto trascurabili. Come accennato anche per il limoncello senza zucchero (noi lo abbiamo preparato con la Stevia), in un processo di fermentazione, la percentuale di alcol viene influenzata dal quantitativo di zucchero: aumentando la quantità di zucchero, se ne aumenta la gradazione alcolica.

Il periodo ottimale per realizzare la birra di ortica è sicuramente la primavera: le ortiche non devono presentare infiorescenze. Quindi se si desidera realizzarla anche in altri periodi dell’anno, le piante devono necessariamente essere molto giovani.

Come consigliamo spesso, la raccolta delle erbe spontanee deve avvenire in luoghi incontaminati, lontani dallo smog cittadino. Mai raccogliere in maniera indiscriminata piante di cui non si conosce con certezza l’identità, mai in quantità superiori alle reali esigenze e comunque in proporzione alla distribuzione: non sarà il caso dell’ortica, ma se notate che ci sono pochi esemplari di una varietà, è consigliabile non raccoglierle affatto.

Ultimo consiglio, ma non meno importante, munirsi sempre di guanti per la raccolta: l’ortica smette di essere urticante da cotta o quando, una volta sradicata, inizia ad appassire. Nel frattempo è sempre preferibile maneggiarla con cura.

Occorrente:

  • 1 Kg di cime di ortica fresca, non essiccata
  • 1 limone
  • 10 grammi di radice di zenzero fresco
  • 4.5 litri di acqua
  • 600 grammi di zucchero
  • 20 grammi cremor tartaro
  • 1 bustina di lievito di birra
  • contenitori e recipienti vari

La birra di ortica si ottiene con la fermentazione delle foglie di ortica, che viene innescata dal lievito di birra (per intenderci, quello tipico per la preparazione della pizza) e dal cremor tartaro. In Italia è poco noto, ma anche il cremor tartaro, o cremore di tartaro, è un agente lievitante del tutto naturale, ottenuto da acido tartarico estratto dall’uva o dal tamarindo. Prima della fermentazione, tuttavia, le ortiche vanno prima lavate e private di eventuali radici e fusti: le parti migliori sono le cime, approssimativamente le prime sei foglie. Le cime di ortica vanno così inserite in una pentola con l’acqua, lo zenzero, il succo e la buccia del limone. Si porta il tutto ad ebollizione e si spegne il fuoco dopo 30 minuti. A questo punto si filtra il liquido verdognolo (colore dato perlopiù dalla clorofilla) così ottenuto, strizzando con forza l’ortica per tirarne fuori tutto il sapore della pianta. Si riporta nuovamente il liquido in pentola e si aggiungono lo zucchero e il cremor tartaro. Si riscalda il composto, fino al completo scioglimento dello zucchero. A questo punto si trasferisce la futura birra in una capiente contenitore e lo si fa raffreddare fino al raggiungimento dei 20°C. Solo allora sarà possibile inserire e disciogliere anche il lievito di birra (il contenuto di una bustina, circa 10 grammi). Coprire il contenitore non ermeticamente, ma il giusto da non far entrare polvere o altro. Tenere il contenitore a temperatura ambiente per 4-5 giorni, poi travasare la birra in bottiglie di vetro, facendo attenzione a non imbottigliare anche i sedimenti depositati sul fondo del contenitore.

La birra così ottenuta sarà dolce e frizzante, anche troppo frizzante. Infatti l’effervescenza della birra di ortiche può risultare così esplosiva, che si consiglia di stappare le bottiglie all’aperto, per evitare spiacevoli sorprese.

La birra di ortica si conserva per pochi mesi in frigo. Maturando, la dolcezza si riduce. Complessivamente al gusto ricorda molto quello del sidro. Come tutte le birre, la bibita va servita rigorosamente fredda.

 

 

 

 

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Macerato di ortica : antiparassitario e fertilizzante

antiparassitario e fertilizzante naturale ottenuto dalla macerazione dell'ortica

Antiparassitario e fertilizzante naturale ottenuto dalla macerazione dell’ortica

In primavera nei giardini/orti abbondano quasi in egual misura le ortiche e parassiti!
Il modo ideale per risolvere due problemi in un colpo solo è preparare il macerato di ortica che, oltre ad essere un forte repellente, arricchisce anche il terreno di ferro, calcio, magnesio, potassio, zolfo, silicio..ecc..rinvigorendo le piante trattate.


Le regole base per il macerato ( in realtà per tutti i macerati ) sono:
utilizzare acqua piovana o di fonte, in quanto priva di cloro e non calcarea. In alternativa, utilizzare acqua di rubinetto preparata la sera prima per dare modo al cloro di evaporare. Se è molto calcarea, bisogna aggiungere un cucchiaino di aceto di vino o di sidro per ogni litro di acqua.
– è preferibile tritare l’ortica per facilitare la liberazione dei principi attivi.
– utilizzare recipienti di vetro, plastica o legno, evitando il metallo. Si consiglia vivamente di utilizzare recipienti dotati di coperchio, perché il macerato ha un odore molto forte.
– le temperature al di sopra dei 30° C riducono i tempi di macerazione. L’ideale sarebbe preparare il macerato intorno ai 20°, senza mai scendere sotto ai 10°, in quanto il processo s’interrompe completamente.
– il macerato, dopo essere stato filtrato, deve necessariamente essere diluito, altrimenti potrebbe addirittura funzionare da diserbante.

Preparazione:

Inserire in un recipiente 900 grammi di ortica ogni 10 litri di acqua e lasciare macerare per 5 giorni ( in estate ne bastano anche 2 ).
Il composto, proprio per effetto della macerazione e della fermentazione, mostrerà in superficie una schiuma e un odore molto cattivo.
Filtrare e diluire ( diluizione al 20%, ovvero ogni 2 litri di macerato, aggiungere 10 litri di acqua ).

Il macerato non si conserva al lungo, dopo qualche giorno perde di efficienza.

Utilizzo:

Dopo la diluizione, il macerato di ortica è pronto per essere spruzzato direttamente sulla pianta come antiparassitario o utilizzato come fertilizzante, irrigando ogni 15 giorni.

Se introdotto nella compostiera, il macerato di ortica risulta essere anche un ottimo accelerante biologico nel processo di decomposizione.

Per la preparazione di altri macerati e consigli utili per un orto sano e rigoglioso consigliamo il libro : “Fertilizzanti e trattamenti naturali”

 

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Diserbante naturale: acqua e sale!

Le erbe infestanti rappresentano una vera spina nel fianco per chi si prende cura di un piccolo orto o di un giardino. Molte erbe spontanee sono utili ed anche edibili, ma non sempre.

Come già detto anche nel post sul risparmio idrico, la pacciamatura può essere un’ottima soluzione: isolare lo strato superficiale del terreno con materiale organico, tipo corteccia, sfalcio d’erba, o materiale inorganico minerale, come ghiaia o rocce laviche, impedisce alle infestanti di crescere a dismisura tra le piante coltivate. [Leggi anche “La pacciamatura“]

In un precedente post abbiamo anche affrontato il tema specifico delle infestanti, spiegando che ancora una volta la prevenzione è più importante del rimedio: dunque è fondamentale eliminare le piante infestanti prima che riescano a propagare i propri semi [Leggi anche “Il controllo delle infestanti” ]

Dopo queste doverose premesse, in aggiunta o alternativa alle strategie sopra elencate, si può utilizzare un diserbante completamente naturale e innocuo per l’ambiente e le persone composto da acqua e sale marino.

E’ sufficiente far sciogliere 80 g di sale ogni 4 litri d’acqua (dosaggio per 1 metro quadrato ) e versare la soluzione sul terreno umido: avrete un diserbante efficace, ma naturale. Ricordate che per un anno non potrete seminare nulla nella zona irrorata. 

Il sale può essere usato anche in purezza direttamente sul terreno umido alla base di piante particolarmente ostinate come il convolvolo che, pur avendo dei fiorellini molto graziosi, tende a soffocare come un cobra tutto ciò che incontra. Anche gli elateridi del frumento (insetti dannosi) non amano il sale marino, che può essere sparso sul terreno in ragione di 200 g /ara, senza tuttavia superare il dosaggio per non rischiare un diserbo totale.

Potrebbe interessarti anche:

Libro ” Fertilizzanti e trattamenti naturali “ di Victor Renaud

 

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Perchè ci si bacia sotto il vischio?

Il Natale ha almeno 4-5 piante rappresentative, come pungitopo, biancospino, agrifoglio, stella di Natale: perlopiù tutte piante con un elemento rosso, talvolta con spine che, nella simbologia e tradizione con radici pagane, allontanano gli spiriti del male e dunque sono ben augurali.

Il vischio esce un po’ fuori da questi schemi, infatti non ha spine e non è rosso. Tuttavia rientra tra le piante tipiche del Natale ed è associato all’usanza di baciarsi sotto un rametto di vischio come buon augurio.

La leggenda del vischio è antica e romantica, e trae origini dalla mitologia dei Celti. Nella mitologia nordica, infatti, il vischio è la pianta sacra di Frigg, dea dell’amore e racconta una storia tragica , ma al tempo stesso di speranza e fortuna.

Secondo questa leggenda, Frigg aveva due figli, il primo buono e generoso, e il secondo cattivo e invidioso del fratello. La dea, venuta a conoscenza delle cattiva intenzioni del secondogenito, chiese a tutte le creature animali e vegetali di proteggere il primogenito, ma si dimenticò del vischio. Il secondogenito allora usò proprio questa pianta per fabbricare una freccia che uccise il fratello.

La dea Frigg appena vide il suo cadavere, iniziò a piangere. Le sua lacrime per magia si trasformarono in bacche bianche, e quando queste toccarono il suo corpo, lui tornò in vita.

Per la grande felicità, la dea Frigg cominciò a baciare chiunque passasse sotto l’albero sul quale cresce il vischio. Il suo bacio  era un portafortuna e una protezione: ai fortunati baciati sotto il vischio, infatti, non poteva capitare nulla di male.

I druidi, inoltre, onoravano il vischio come pianta sacra, perché ritenevano che nascesse dal cielo, in quanto infatti si tratta di un’epifita, ovvero vive alla sommità di alti alberi come pioppi, olmi e tigli .

 

 

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Come realizzare l’estratto liquido di vaniglia, ottima idea regalo per Natale

La vaniglia in cucina come in cosmesi rappresenta una delle fragranze più amate perché inevitabilmente rievoca ricordi cari, spesso di infanzia, di pomeriggi trascorsi in famiglia a pasticciare tra creme ed impasti. A causa dell’elevato prezzo di questa fantastica spezia, spesso viene sostituita con la vanillina, la variante di sintesi: da un punto di vista olfattivo e degustativo simili, ma insostituibile in quanto a fascino. Forse non tutti sanno che la vaniglia, ricavata dalla Vanilla planifolia, è a tutti gli effetti un’orchidea. Appartiene, infatti, alla famiglia delle orchidaceae. Rappresenta la bacca della pianta e contiene i semi, piccoli e neri. La vaniglia è originaria del Messico, ma quella più nota proviene dalle coltivazioni del Madagascar.

Il baccello di vaniglia viene impiegata nei dolci tagliandola nel verso della lunghezza e, raschiando la parte interna, inclusi i semi, si immerge il tutto in infusione nel latte, per la preparazione di creme. O semplicemente si inseriscono i semi e la parte interna negli impasti. Il baccello, una volta utilizzato, rilascia ancora aroma. Quindi può essere riutilizzato inserendolo, ad esempio, in un contenitore con zucchero: si otterrà uno zucchero vanigliato a costo zero.

Come dicevamo, i baccelli di vaniglia sono davvero costosi, orientativamente da 3 a 4 € a baccello. Dunque un modo per continuare ad usare questa preziosa spezia senza ricorrere alla variante chimica (la vanillina), è sicuramente realizzare l’estratto liquido di vaniglia, per poterne sfruttare tutto l’aroma. Volendo dopo il consueto utilizzo dei baccelli, si possono riutilizzare anche per realizzare l’estratto.

Occorrente

  • 500 ml alcool 90°
  • 5 baccelli di vaniglia

L’estratto di vaniglia si ottiene semplicemente per infusione alcolica dei baccelli precedentemente incisi (o anche già utilizzati) ed in immersione in alcool per almeno 40 giorni.

Si otterrà un liquido marrone dal fortissimo aroma di vaniglia da utilizzare esclusivamente previa cottura per far evaporare l’alcool. Questo tipo di preparazione è a freddo e lenta. I tempi di macerazione possono essere abbreviati mediante riscaldamento del composto, tuttavia il calore tende ad alterare le proprietà organolettiche della vaniglia, quindi consigliamo un’estrazione a freddo. Allo stesso modo, l’alcool può essere sostituito con rum, vodka, o altre bevande alcoliche che, però vanno a coprire il naturale aroma della spezia. L’estratto così ottenuto può essere impiegato in creme o impasti calcolando due cucchiai come l’equivalente di un baccello.

Idea regalo Natale

L’estratto di vaniglia liquido è un’ottima idea regalo per Natale: è sufficiente imbottigliare l’estratto in piccole bottigliette decorate con nastri. Magari all’interno della bottiglia un baccello in bella vista e all’esterno un’etichetta personalizzata.

Per altre idee di regali fatti a mano, visita la nostra sezione Natale.

 

 

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